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Integrazione Architettonica della Tecnologia Solare Termica - I parte - KEP energy Magazine - KEP energy

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Integrazione Architettonica della Tecnologia Solare Termica - I parte

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Nel presente post e nei successivi si tratterà la questione dell'integrazione architettonica dei sistemi solari termici come concetto di progettazione, analizzando i risultati di un'approfondita ricerca bibliografica, e si svilupperà quindi una valutazione critica delle posizioni espresse in merito dai vari autori.

La trattazione assume come punto di partenza la constatazione che storicamente, ed ancora oggi, l'edificio e l'impianto sono stati interpretati come due ambiti di progettazione distinti per metodi, competenze e procedimenti costruttivi. L'estensione per inerzia di questa impostazione ai sistemi solari termici ha portato a risultati diametralmente opposti rispetto a quelli cui qui si vuole giungere, ovvero ha portato ad assumere i componenti solari come elementi da sovrapporre, e non da integrare, rispetto all'organismo edilizio. Altra chiave di lettura della progettazione attuale è la consuetudine da una parte di celare gli impianti nei fabbricati destinati ad usi residenziali e terziari, dall'altra di non celarli nei fabbricati di tipo industriale e simili. L'impianto solare termico è imbrigliato da questa logica, per quanto riguarda i componenti interni, ma allo stesso tempo la supera e si spinge oltre, per quanto riguarda i componenti esterni, ponendo al centro della discussione il complesso e controverso rapporto tra estetica, architettura, efficienza e funzionalità.

Alcuni autori [1] affermano a riguardo che tale logica è intrinsecamente errata in quanto erede di codici architettonici anacronistici e non più attuale rispetto alle applicazioni tecnologiche ed informatiche. Essi condividono e fanno propria l'ottica di origine futurista che al binomio architettura-massa sostituisce il binomio architettura-macchina e propongono di varare una nuova estetica espressa non più dagli elementi decorativi ma dagli elementi funzionali, attribuendo forte valore espressivo ai sistemi impiantistici. Questa assunzione di funzione comunicativa da parte di generatori, condotti e terminali è caratteristica di certe tendenze dell'architettura post moderna che hanno i più noti interpreti in Richard Rogers, Richard Herzog e Norman Foster; i fabbricati così progettati, inquadrabili nell'ambito high-tech, fanno della manifestazione della macchina-edificio uno strumento per evidenziare e porre in risalto la propria valenza energetico-ambientale. In precedenza anche il Movimento Moderno, inserendosi nella più generale dialettica evolutiva dei processi di sviluppo della produzione architettonica e dei linguaggi compositivi che ne descrivono l’immagine, aveva definito con Le Corbusier la casa come una macchina per abitare, preludendo l’attuale passaggio verso la casa come macchina per generare energia [2].

Una recente pubblicazione curata da Ises Italia [3] riporta le posizioni espresse da alcuni architetti contemporanei di fama internazionale; vi si legge in proposito: “Sir Richard Rogers considera come elemento basilare del progetto il catturare e l’utilizzare l’energia presente in natura. La sua critica investe gli architetti che hanno costruito grandi scatole di vetro uguali in ogni clima e in ogni latitudine delegando il benessere agli impianti di climatizzazione artificiale e contribuendo così, attraverso la crescita dei consumi energetici, all’inquinamento delle città. “Lo sviluppo di un approccio alla pianificazione ecologica e alla progettazione di edifici a basso consumo energetico è uno dei settori più vitali. Architetti, urbanisti e pianificatori hanno a che fare con un’area nuova enorme, parzialmente esplorata e molto dimenticata ... Ricerca e sperimentazione devono produrre conoscenze su cui basare nuova architettura e urbanistica per la nuova eco-comunità della prossima decade”.

Tutta l’architettura di Thomas Herzog, uno dei maggiori architetti tedeschi contemporanei, è improntata al problema energetico: “… le fonti rinnovabili di energia – egli afferma – possono e devono essere usate per determinare l’aspetto estetico (di un’architettura) … Gli edifici … sono essenzialmente influenzati da due cose: prima di tutto dalle condizioni climatiche, in secondo luogo dai materiali e dalle tecnologie disponibili. Queste sono le condizioni essenziali da cui viene fuori che la pelle di un edificio assume la funzione più importante e non la sua ossatura, confusamente conosciuta come ‘struttura primaria’. La pelle deve creare un equilibrio … tra interno ed esterno, in termini di: temperatura, ventilazione, purezza e umidità dell’aria insieme con il tipo di radiazione, il che dipende dalla stagione e dall’ora del giorno …”.

Norman Foster, discepolo e collaboratore del geniale Buckminster Fuller, si pone, con la sua architettura, come ponte tra passato e futuro: “L’architettura solare – egli scrive – unisce due delle più forti e ispirate fonti di architettura: tradizione e tecnologia. … Vi sono situazioni in cui accorgimenti passivi sono adeguati, altre in cui un’alta tecnologia è più appropriata e altre ancora dove un sistema sofisticato dimostra di essere il più semplice e il migliore … Il risparmio energetico non deve mai essere una scusa per un progetto mediocre. Al contrario dev’essere capace di ispirare (la creatività dell’architetto)”.”

[1] Filippi M., Moro A., “Impianti per l’architettura negli interventi di riqualificazione edilizia” in AICARR 1996 “Gli impianti nella ristrutturazione edilizia”, Bologna, 17 ottobre 1996, pagine 175-187.
[2] De Paoli O., Ricupero M., “Sistemi solari, fotovoltaici e termici. Strumenti per il progettista”, Celid, 2006, pagine 171-176.
[3] Aa. Vv., “La bellezza della ragione” in “Costruire con il sole. Uno sguardo al passato per progettare il futuro”, Ises Italia, 1995, pagine 74-94.



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